Alphabet è ora sottovalutata, ma le vendite potrebbero non essere terminate

di: Filippo Giannini 30 Ottobre 2026 10:41

trimestrali titolo alphabet

Quasi 500 miliardi di dollari di capitalizzazione cancellati in una sola seduta. È questo il bilancio del crollo di Alphabet, che giovedì 29 ottobre ha perso il 12,64% a Wall Street, chiudendo a 283,82 dollari e registrando la peggiore performance giornaliera dalla sua quotazione in Borsa nel 2004.

Una reazione particolarmente violenta, arrivata dopo la pubblicazione di una trimestrale che, almeno a una prima lettura, non sembrava giustificare un simile tracollo. I ricavi sono cresciuti del 25%, Google Cloud ha più che raddoppiato il fatturato e la redditività operativa è migliorata sensibilmente.

Eppure, agli investitori non è bastato.

A preoccupare Wall Street sono soprattutto il rallentamento della raccolta pubblicitaria legata al motore di ricerca e, soprattutto, l’enorme quantità di risorse che Alphabet sta destinando all’intelligenza artificiale, con conseguenze sempre più evidenti sulla generazione di cassa.

Il ribasso ha però aperto uno scenario interessante. Secondo i modelli di Fair Value di InvestingPro, le azioni Alphabet risultano oggi sottovalutate del 15,6%.

Ma attenzione: il quadro tecnico suggerisce che le vendite potrebbero non essere ancora terminate. E un ritorno verso i minimi annuali, nell’area dei 272 dollari, rappresenta uno scenario tutt’altro che improbabile.

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Alphabet: perché Wall Street ha punito la trimestrale?

I risultati del terzo trimestre 2026 presentano due facce molto diverse.

Alphabet ha registrato ricavi per 127,58 miliardi di dollari, in crescita del 24,7% su base annua. Google Cloud ha raggiunto 30,7 miliardi di fatturato, con un incremento del 103%, mentre l’utile operativo è aumentato del 30%, attestandosi a 40,6 miliardi.

Numeri che testimoniano la solidità del business, ma che non sono bastati a rassicurare gli investitori.

Le prime criticità sono emerse da Google Search, la principale fonte di ricavi della società. La divisione ha registrato una crescita del 12%, in rallentamento rispetto al +17% del trimestre precedente e sotto le aspettative degli analisti.

Anche gli utili hanno deluso: l’EPS si è fermato a 2,12 dollari, contro i 3,02 dollari attesi.

Quest’ultimo dato è stato però penalizzato da circa 8,7 miliardi di dollari di perdite sulle partecipazioni azionarie, con un impatto negativo di 0,55 dollari per azione. Escludendo tale componente, l’EPS sarebbe stato di circa 2,67 dollari, comunque inferiore alle attese.

Il deterioramento dei risultati, quindi, non deriva esclusivamente dalle attività operative. Il problema più importante emerge invece osservando i flussi di cassa.

Il vero problema è quanto costa l’intelligenza artificiale

Nel terzo trimestre Alphabet ha sostenuto investimenti in conto capitale per 51,4 miliardi di dollari, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025.

La conseguenza è stata un free cash flow negativo per 9,1 miliardi di dollari, dopo il rosso di 5,9 miliardi già registrato nel secondo trimestre.

Nonostante la crescita dei ricavi e della redditività operativa, Alphabet sta dunque investendo più liquidità di quanta ne producano le proprie attività.

E questa situazione potrebbe proseguire.

Il management prevede investimenti complessivi tra 195 e 205 miliardi di dollari nel 2026, anticipando un ulteriore aumento significativo nel 2027.

L’intelligenza artificiale rappresenta quindi un’arma a doppio taglio. Da una parte sostiene la crescita di Google Cloud, dall’altra comporta costi infrastrutturali elevatissimi e solleva interrogativi sui rendimenti futuri.

A complicare il quadro è anche la trasformazione del motore di ricerca. Le funzionalità basate sull’AI stanno aumentando il coinvolgimento degli utenti, ma le nuove modalità di ricerca potrebbero generare ricavi pubblicitari inferiori rispetto alle query tradizionali.

Il rischio è che Google debba sostenere costi crescenti per un servizio che, almeno inizialmente, potrebbe monetizzare meno efficacemente.

Non sorprende quindi che diversi analisti abbiano ridotto i propri prezzi obiettivo dopo la trimestrale. UBS ha tagliato il target da 380 a 332 dollari, Piper Sandler da 400 a 345 dollari e BMO Capital da 480 a 425 dollari.

Alphabet sottovalutata del 15,6% secondo InvestingPro

Dopo il crollo, le valutazioni del titolo sono diventate decisamente più interessanti.

Secondo i dati aggiornati al 30 ottobre 2026, il Fair Value InvestingPro di Alphabet si attesta a 327,99 dollari, contro una quotazione di 283,82 dollari.

Questo implica un potenziale rialzista teorico del 15,6%.

Un’indicazione favorevole, che richiede però una precisazione importante.

Non disponendo dello storico del Fair Value precedente alla trimestrale, non possiamo stabilire se i modelli abbiano modificato le proprie valutazioni in seguito ai risultati.

Se il valore equo fosse rimasto invariato, prima del crollo lo sconto sarebbe stato inferiore all’1%. In questo scenario, quasi tutto il potenziale rialzista attuale deriverebbe semplicemente dalla discesa delle quotazioni.

Anche i multipli suggeriscono prudenza. Il P/E trailing di 14,8 volte è poco rappresentativo perché influenzato da proventi straordinari dei trimestri precedenti.

Più significativo è il P/E forward di circa 24 volte, inferiore a quello di Microsoft e Amazon nel confronto esaminato da WarrenAI, ma non tale da rendere Alphabet automaticamente conveniente a qualsiasi prezzo.

Il titolo presenta dunque elementi di sottovalutazione, ma il mercato sta anche incorporando rischi concreti sulla redditività futura.

Analisi tecnica Alphabet: attenzione al supporto a 272 dollari

Se i fondamentali offrono alcuni motivi di ottimismo, il quadro tecnico appare decisamente più fragile.

Con la chiusura a 283,82 dollari, Alphabet ha perso circa il 30,5% rispetto al massimo di 408,61 dollari raggiunto a maggio.

Il titolo si trova nettamente sotto le medie mobili a 50 e 200 giorni, entrambe situate intorno a 340 dollari e recentemente incrociatesi al ribasso.

Particolarmente preoccupanti sono i volumi del 29 ottobre: circa 139,7 milioni di azioni scambiate, contro una media delle precedenti 20 sedute vicina a 25,6 milioni.

Si tratta di scambi 5,5 volte superiori alla norma, che confermano l’intensità della pressione in vendita.

L’RSI a 14 periodi è sceso a 22,3 punti, segnalando una condizione di forte ipervenduto. Questo potrebbe favorire un rimbalzo tecnico, ma non garantisce che il minimo sia stato raggiunto.

Il primo supporto da monitorare si trova a 280,36 dollari, minimo della seduta del 29 ottobre.

Una sua rottura potrebbe aprire la strada verso l’area 270-272 dollari, in prossimità dei minimi annuali. Dal prezzo attuale, il ritorno a 272 dollari implicherebbe un ulteriore ribasso del 4,2%.

Sul fronte opposto, un recupero sopra 288,33 dollari rappresenterebbe un primo segnale di stabilizzazione. Per parlare di un miglioramento più convincente, però, sarebbe necessario un ritorno verso la fascia 316-325 dollari.

Fino ad allora, eventuali rialzi potrebbero rimanere semplici rimbalzi all’interno di un trend ribassista.

Conviene acquistare Alphabet dopo il crollo?

Il ribasso ha riportato Alphabet su valutazioni più interessanti, ma non ha ancora risolto le incertezze che circondano il titolo.

Per gli investitori di lungo periodo, lo sconto rispetto al Fair Value e la crescita di Google Cloud rappresentano elementi da considerare. Tuttavia, la sostenibilità degli investimenti nell’AI e il recupero del free cash flow restano questioni decisive.

Nel breve periodo, invece, la prudenza appare giustificata.

Un ritorno verso 270-272 dollari è uno scenario tecnicamente plausibile, mentre soltanto il recupero delle prime resistenze potrebbe indicare un progressivo esaurimento delle vendite.

Informazioni sull'autore: Filippo Giannini

Autore Articolo: Filippo Giannini
Laureato in ingegneria, ha 15 anni di esperienza sui mercati finanziari come trader indipendente. Membro Professional della Società Italiana di Analisi Tecnica (SIAT), per TradingFacile opera come trader quantitativo, analista tecnico e responsabile del settore formazione. La sua operatività si concentra su un approccio quasi esclusivamente automatico, attraverso algoritmi da lui creati e validati che sfruttano principalmente la volatilità e le inefficienze di mercato. Viene invitato regolarmente come relatore ai principali eventi italiani inerenti al trading e agli investimenti e collabora inoltre con broker e testate giornalistiche, realizzando analisi sui principali indici e cross valutari, oltre a seminari ed eventi formativi, sia dal vivo che on-line. Collabora con le principali testate giornalistiche di settore, realizzando report e analisi di mercato.

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