Tassi Fed: la probabilità di un rialzo a settembre sale al 66%
di: Alessio Moretti 1 Settembre 2026 14:55

Dall’inizio di giugno, Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq Composite hanno raggiunto nuovi massimi storici, sostenuti soprattutto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e dai solidi risultati societari.
Dietro al rally rimane però un rischio che Wall Street non può ignorare: l’inflazione statunitense continua a superare l’obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve. Le dichiarazioni del presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole hanno rafforzato l’ipotesi di un nuovo aumento dei tassi già nella riunione di settembre.
Secondo le aspettative incorporate nei futures sui Fed Funds, la probabilità di una stretta monetaria è passata dal 35% del 27 agosto a circa il 60% dopo il discorso di Warsh. Alla chiusura del 31 agosto, le possibilità di un rialzo erano salite ulteriormente, raggiungendo circa il 66%.
Inflazione USA ancora lontana dall’obiettivo
A maggio l’indice dei prezzi al consumo statunitense aveva registrato un incremento annuale del 4,2%, il valore più elevato degli ultimi tre anni e più del doppio rispetto al target della Fed. Il dato pubblicato dal Bureau of Labor Statistics rifletteva soprattutto l’aumento dei costi energetici e di altre categorie sensibili alle tensioni geopolitiche.
La situazione è migliorata nei mesi successivi, ma non abbastanza da rassicurare completamente la banca centrale. A luglio l’inflazione misurata dal CPI è scesa al 3,4%, mentre la componente core si è attestata al 2,5%.
L’indice PCE, la misura generalmente preferita dalla Federal Reserve, ha invece mostrato un aumento annuale del 3,7% a luglio. Escludendo alimentari ed energia, l’inflazione PCE core è risultata pari al 3,3%.
Le pressioni sui prezzi sono state alimentate da diversi fattori. I dazi introdotti dall’amministrazione Trump hanno aumentato i costi di importazione per numerose imprese, mentre il conflitto con l’Iran ha contribuito al rialzo del petrolio e dei prodotti energetici.
In un’economia ancora relativamente solida, alcune aziende sono inoltre riuscite a trasferire almeno una parte dei maggiori costi sui consumatori, rendendo più difficile un rapido ritorno dell’inflazione verso il 2%.
Perché sono aumentate le probabilità di un rialzo dei tassi
Prima dell’intervento di Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole, il mercato riteneva più probabile che la Fed mantenesse invariati i tassi nella riunione del 15 e 16 settembre.
Il discorso del presidente della banca centrale ha però modificato sensibilmente le aspettative. Warsh ha riconosciuto che né il CPI né il PCE offrono una rappresentazione perfetta dell’andamento dei prezzi, ma ha indicato chiaramente la stabilità dei prezzi come la priorità attuale della Federal Reserve.
Il mercato del lavoro rimane vicino alla piena occupazione e non presenta, almeno per il momento, segnali di deterioramento tali da impedire una nuova stretta monetaria. All’interno del doppio mandato della Fed – massima occupazione e stabilità dei prezzi – l’attenzione sembra quindi essersi spostata soprattutto sulla seconda componente.
Warsh ha inoltre ricordato che i tassi d’interesse a breve termine rimangono lo strumento principale attraverso il quale la Fed può influenzare domanda, credito e inflazione.
I rendimenti dei Treasury a lunga scadenza sono già aumentati e stanno rendendo più costosi mutui, finanziamenti aziendali e investimenti. Questo irrigidimento delle condizioni finanziarie potrebbe contribuire a rallentare la crescita dei prezzi, ma non esonera il FOMC dalla responsabilità di intervenire qualora l’inflazione non mostri progressi sufficientemente rapidi.
Il messaggio di Warsh a Jackson Hole
Il passaggio più rilevante del discorso di Kevin Warsh riguarda la velocità con cui l’inflazione deve tornare verso l’obiettivo.
In sostanza, la Fed non vuole soltanto osservare una direzione favorevole, ma pretende segnali abbastanza chiari e rapidi da rendere credibile il ritorno al 2%. In caso contrario, secondo Warsh, la banca centrale avrebbe ancora del lavoro da svolgere.
Il presidente della Fed ha anche ricordato che l’inflazione è rimasta elevata per 65 mesi consecutivi. Questa osservazione lascia intendere che la tolleranza del FOMC verso pressioni persistenti sui prezzi si stia riducendo.
Warsh ha comunque evitato di anticipare formalmente la decisione di settembre, precisando che la Fed rimane legata a un metodo rigoroso e non a una scelta già definita. La decisione finale dipenderà quindi dai prossimi dati macroeconomici, compresi occupazione, salari e inflazione di agosto.
Nonostante questa cautela, il mercato ha interpretato il discorso come nettamente restrittivo. Barclays, ad esempio, prevede ora due rialzi da 25 punti base entro la fine del 2026, uno a settembre e uno a dicembre. Le probabilità implicite nei futures sui Fed Funds sono salite inizialmente al 60,4% e successivamente a circa il 66%.
Un rialzo dei tassi può fermare il rally dell’intelligenza artificiale?
Un aumento del costo del denaro rappresenterebbe un ostacolo soprattutto per le società tecnologiche con valutazioni elevate. Quando i rendimenti obbligazionari salgono, il valore attuale degli utili futuri diminuisce e gli investitori tendono a richiedere rendimenti più elevati per detenere azioni considerate rischiose.
Una nuova stretta monetaria potrebbe inoltre aumentare il costo dei finanziamenti necessari per costruire data center, acquistare semiconduttori e ampliare le infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale.
Questo non significa necessariamente che un singolo rialzo dei tassi porrebbe fine al mercato rialzista. Le aziende tecnologiche più grandi dispongono di abbondante liquidità e generano flussi di cassa sufficienti per finanziare direttamente buona parte dei propri investimenti.
I rischi maggiori riguardano le società più indebitate, le startup e gli operatori che dipendono dalla raccolta di capitali esterni. Per queste aziende, un costo del denaro più elevato potrebbe rallentare i progetti e ridurre la redditività attesa.
Cosa aspettarsi dalla riunione Fed di settembre
La riunione del FOMC si presenta quindi particolarmente incerta. Da una parte, l’inflazione PCE al 3,7%, il rialzo del petrolio e la solidità del mercato del lavoro giustificano una politica più restrittiva. Dall’altra, alcuni indicatori mostrano un rallentamento dei consumi reali e una graduale moderazione del CPI.
Per Wall Street non sarà importante soltanto l’eventuale aumento di 25 punti base, ma anche il messaggio che accompagnerà la decisione. Se la Fed dovesse segnalare l’inizio di un ciclo prolungato di rialzi, le valutazioni azionarie potrebbero subire una pressione più significativa.
Se invece il FOMC mantenesse i tassi invariati, sottolineando la necessità di attendere ulteriori dati, il mercato potrebbe reagire positivamente. Rimane però evidente che l’inflazione è tornata al centro delle decisioni della Federal Reserve e rappresenta uno dei principali rischi per il rally di Wall Street.
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