Sebbene il dato headline fosse sostanzialmente in linea con le previsioni, la vera sorpresa è arrivata dal core CPI: un segnale particolarmente rilevante per la politica monetaria, perché indica che il cambio ai vertici della Federal Reserve non porterà automaticamente a una svolta accomodante.
Il commento degli analisti e governatori
Le reazioni degli analisti istituzionali sono state decisamente prudenti, se non apertamente restrittive. Secondo quanto riportato da Reuters, Goldman Sachs — che aveva già rinviato a dicembre 2026 la previsione del primo taglio dei tassi — ora stima che l’inflazione PCE resterà vicina al 3% per il resto dell’anno, ben sopra l’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. Anche UBS e Bank of America avevano già avvertito che la persistenza dell’inflazione nei servizi e di un PCE elevato avrebbe probabilmente costretto la banca centrale a mantenere i tassi invariati più a lungo del previsto.
Molti analisti condividono questa cautela, sottolineando come le dinamiche inflazionistiche di fondo rendano improbabile un’inversione di rotta nel breve termine. Citi, invece, propone una lettura più moderata: eliminando gli effetti temporanei — inclusi quelli legati al comparto immobiliare dopo il blocco governativo dello scorso anno — l’inflazione di fondo resterebbe relativamente vicina al target.
Anche all’interno del FOMC emergono divisioni sempre più evidenti. Durante la riunione del 29 aprile, tre governatori della Fed — Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas — hanno espresso formalmente dissenso contro formulazioni considerate troppo inclini a un futuro allentamento monetario. Tutti e tre hanno sostenuto che la prossima mossa della banca centrale potrebbe addirittura essere un rialzo dei tassi, non un taglio. Hammack ha definito le pressioni inflazionistiche “diffuse e trasversali”, mentre Kashkari ha avvertito che “una serie di rialzi dei tassi potrebbe diventare necessaria” se gli shock energetici dovessero protrarsi. Logan, dal canto suo, ha descritto le interruzioni dell’offerta in Medio Oriente come un rischio strutturale e non temporaneo.
L’unica voce favorevole a un allentamento è stata quella del governatore Stephen Miran, che ha votato per un taglio di 25 punti base. Tuttavia, anche lui ha rivisto al ribasso le aspettative per il resto dell’anno già a metà aprile, parlando di sviluppi inflazionistici “meno favorevoli” del previsto. Con Kevin Warsh pronto a raccogliere l’eredità di una Fed sempre più divisa e con l’inflazione core ancora lontana dall’obiettivo del 2%, la soglia per un intervento di politica monetaria appare oggi decisamente più alta.