Consumatori più deboli, inflazione ancora alta: aumenta il rischio stagflazione
di: Alessio Moretti 30 Settembre 2026 11:54

I nuovi dati macroeconomici di settembre mostrano un quadro sempre più complesso per Stati Uniti ed Eurozona: la fiducia dei consumatori si indebolisce, il mercato del lavoro rallenta, ma le pressioni inflazionistiche restano elevate.
Per le banche centrali è una combinazione difficile da gestire, perché rende meno semplice allentare la politica monetaria senza rischiare una nuova accelerazione dei prezzi.
Eurozona: cala la fiducia, ma i prezzi restano sotto pressione
L’Economic Sentiment Indicator della Commissione europea è sceso di 0,5 punti a quota 97,9, interrompendo quattro mesi consecutivi di miglioramento e rimanendo sotto la media di lungo periodo.
La debolezza ha riguardato soprattutto i consumatori, diventati più pessimisti sulle proprie finanze, sull’economia e sulla possibilità di effettuare acquisti importanti.
Il settore industriale ha invece mostrato segnali migliori: la fiducia è salita di un punto a -3,8 grazie a aspettative più favorevoli sulla produzione e a ordini in recupero. Tra i principali Paesi europei, la Spagna ha mostrato maggiore solidità, mentre Francia e Italia hanno perso terreno.
Il problema per la BCE è che il peggioramento del sentiment non si sta ancora traducendo in un vero rallentamento delle pressioni sui prezzi.
Le aspettative sui prezzi di vendita sono aumentate nell’industria e nelle costruzioni, mentre le aspettative di inflazione delle famiglie sui prossimi 12 mesi sono salite per il secondo mese consecutivo.
Anche le prospettive occupazionali si sono indebolite, con l’indicatore dell’Eurozona sceso a 97,5 punti.
USA, fiducia dei consumatori ai minimi dal 2014
Segnali di raffreddamento ancora più evidenti arrivano dagli Stati Uniti.
La fiducia dei consumatori USA è scesa a 81,9 punti, il livello più basso dal 2014, mentre le offerte di lavoro sono diminuite ad agosto a 7,079 milioni.
Il rapporto tra posti disponibili e disoccupati è ormai vicino a 1,01, segnalando che l’eccesso di domanda di lavoro emerso dopo la pandemia è sostanzialmente scomparso.
Per i mercati si tratta di un mix quasi stagflazionistico: consumi e occupazione più deboli potrebbero favorire un calo dei rendimenti obbligazionari, ma le pressioni sui prezzi e l’energia elevata limitano lo spazio per una Fed o una BCE più accomodanti.
Regno Unito, Gilt al rendimento più alto dal 1999
Tensioni anche sul mercato obbligazionario britannico.
Il Tesoro UK ha collocato 4,25 miliardi di sterline di Gilt con scadenza luglio 2036 a un rendimento medio del 5,383%, contro il 5,16% dell’asta precedente.
Si tratta del rendimento più elevato per un’asta decennale dal 1999.
A pesare sono inflazione persistente, prezzi energetici elevati e aumento del fabbisogno pubblico. Nei primi cinque mesi dell’anno fiscale, l’indebitamento britannico ha superato le previsioni ufficiali di 8,1 miliardi di sterline.
L’aumento dei costi per interessi riduce inoltre lo spazio fiscale del governo in vista del Budget di ottobre.
Per Regno Unito, Eurozona e Stati Uniti il problema è quindi simile: la crescita mostra segnali di raffreddamento, ma l’inflazione non sta scendendo abbastanza velocemente da permettere alle banche centrali di abbassare la guardia.
Informazioni sull'autore: Alessio Moretti
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