I mercati stanno vivendo una fase apparentemente contraddittoria: mentre i listini azionari statunitensi aggiornano nuovi massimi, il contesto macro suggerisce rischi crescenti. È come se il mercato stesse ignorando l’aumento dei premi per il rischio e le possibili pressioni stagflazionistiche, creando una distanza sempre più ampia tra prezzi attuali e prospettive future su crescita e utili.
Uno dei fattori più critici è la rinnovata chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Tra segnalazioni di colpi di arma da fuoco contro navi commerciali e traffico di petroliere quasi paralizzato, è in gioco circa un quinto dei flussi globali di petrolio. La risposta degli Stati Uniti — con un rafforzamento delle operazioni navali, l’uso di droni marini e la possibilità di sequestri di petroliere legate a Teheran — indica che la sicurezza energetica globale è sempre più esposta a un conflitto prolungato e imprevedibile.
Aumentano i timori di stagflazione
Dopo sette settimane di tensioni, gli effetti iniziano a emergere anche nei dati: il Fondo Monetario Internazionale segnala che l’aumento dei prezzi energetici sta riaccendendo i timori di stagflazione, anche in caso di tregua.
Nonostante questo scenario, gli investitori azionari continuano a puntare su due pilastri: un possibile accordo di pace mediato da Washington e risultati societari solidi nel primo trimestre. Tuttavia, gli indicatori prospettici iniziano a indebolirsi. Il presidente Donald Trump ha alternato aperture diplomatiche a minacce di attacchi contro infrastrutture iraniane in assenza di un accordo, mentre il vicepresidente JD Vance è stato nuovamente inviato in Pakistan per proseguire i negoziati.
Dal lato iraniano, la distanza resta significativa: le autorità respingono le richieste più dure degli Stati Uniti e rifiutano esplicitamente l’ipotesi di trasferire uranio arricchito all’estero. Nel frattempo, il quadro aziendale si deteriora: secondo Bloomberg, le revisioni sugli utili negli Stati Uniti sono in calo, il momentum delle guidance è ai minimi dal 2025 e diminuisce il numero di aziende che migliorano contemporaneamente previsioni su ricavi e profitti.
Il paradosso è evidente: i mercati stanno prezzando uno scenario quasi ideale — atterraggio morbido dell’economia e rapida normalizzazione geopolitica — proprio mentre shock energetici e peggioramento delle prospettive aziendali suggerirebbero maggiore cautela e premi per il rischio più elevati.
Giappone: segnali accomodanti dalla banca centrale
Sul fronte asiatico, le dichiarazioni del governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, hanno avuto un impatto chiaramente accomodante su yen e titoli di stato giapponesi. Dopo il meeting del G20 a Washington, Ueda ha sottolineato che la banca centrale è pronta ad adottare misure adeguate in risposta agli shock persistenti legati al deterioramento della situazione in Medio Oriente.
In conferenza stampa con il ministro delle finanze Shunichi Katayama, è emersa una forte consapevolezza dell’elevata incertezza globale. Il governatore ha evidenziato come l’effetto dell’aumento del prezzo del petrolio su inflazione e crescita sia ancora difficile da valutare, rendendo complessa qualsiasi decisione di politica monetaria. Ha inoltre ricordato che il Giappone resta un caso particolare, caratterizzato da tassi reali estremamente bassi e condizioni finanziarie molto espansive.
Dopo il vertice del G7, Katayama ha osservato che Stati Uniti ed Europa stimano alcune settimane per valutare pienamente le implicazioni della crisi mediorientale. Secondo Reuters, l’assenza di segnali chiari su un imminente intervento ha raffreddato le aspettative di mercato: se prima si attribuiva circa il 70% di probabilità a un rialzo dei tassi ad aprile, dopo gli interventi più cauti di Ueda tale probabilità è scesa prima al 30% e ora intorno al 10%.
Informazioni sull'autore: Alessio Moretti
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di: Alessio Moretti 11 Settembre 2025 10:54
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