S&P500: lo Shiller CAPE ratio è sopra quota 40, crollo in arrivo?
di: Alessio Moretti 22 Settembre 2026 15:44

Le valutazioni dell’S&P 500 sono tornate su livelli molto elevati, vicine ai massimi storici.
Lo Shiller CAPE ratio, che confronta il prezzo dell’indice con gli utili medi reali degli ultimi dieci anni, si attesta in questo momento a 40,58, un valore superiore sia al mese precedente sia allo stesso periodo dello scorso anno.
Un CAPE ratio sopra quota 40 indica che il mercato sta pagando le aziende a multipli molto elevati rispetto agli utili medi generati nel lungo periodo. Non è un segnale che anticipa con precisione un crollo, ma storicamente livelli così alti sono stati associati a fasi in cui i rendimenti futuri tendono a essere più contenuti e la sensibilità del mercato alle cattive notizie aumenta.
Questo non significa automaticamente che un crollo sia imminente. I mercati possono restare cari a lungo, soprattutto se gli utili continuano a crescere e la liquidità rimane abbondante. Tuttavia, valutazioni così alte riducono il margine di errore: basta un peggioramento delle aspettative su tassi, inflazione, utili o intelligenza artificiale per trasformare una normale correzione in un ribasso molto più violento.
Perché il mercato oggi è più vulnerabile
Il primo grande rischio riguarda i tassi di interesse.
La Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base nella riunione di settembre, portando il target range dei Fed Funds al 3,75%-4,00%. È un passaggio importante perché interrompe una fase in cui molti investitori avevano iniziato a ragionare su un costo del denaro più favorevole.
Tassi più alti pesano sulle azioni per almeno tre motivi.
Il primo riguarda le valutazioni. Quando i rendimenti obbligazionari salgono, gli investitori diventano meno disposti a pagare multipli elevati per utili futuri lontani nel tempo. Questo è un problema soprattutto per i titoli growth, cioè quelle società il cui valore dipende in larga parte dalla crescita attesa nei prossimi anni.
Il secondo riguarda i consumatori. Mutui, prestiti auto, carte di credito e finanziamenti diventano più costosi, lasciando meno spazio alla spesa discrezionale. Se i consumi rallentano, anche i ricavi e gli utili aziendali possono finire sotto pressione.
Il terzo riguarda le aziende. Molte società stanno finanziando investimenti enormi nell’intelligenza artificiale, soprattutto infrastrutture cloud, chip, energia e data center. Se il costo del capitale sale, questi progetti diventano più onerosi e il mercato potrebbe iniziare a chiedersi se i ritorni attesi saranno davvero sufficienti a giustificare valutazioni così alte.
Inflazione, petrolio e AI: il mix che può cambiare il sentiment
Il secondo rischio è l’inflazione.
Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, ad agosto il CPI statunitense è salito dello 0,4% su base mensile, mentre il dato annuo è rimasto al 3,4%. Si tratta di un livello ancora superiore all’obiettivo del 2% della Fed, e questo rende più difficile immaginare una banca centrale pronta ad ammorbidire rapidamente la politica monetaria.
A complicare il quadro c’è anche il tema energetico. Reuters ha segnalato che i prezzi retail del diesel negli Stati Uniti hanno superato i 6 dollari al gallone per la prima volta, alimentando pressioni su agricoltori, trasportatori e catene logistiche. Energia e trasporti sono voci cruciali perché possono trasferirsi rapidamente sul prezzo finale dei beni.
Poi c’è il terzo rischio: l’intelligenza artificiale.
Il rally degli ultimi anni è stato costruito in larga parte sull’idea che l’AI possa generare una nuova ondata di produttività, ricavi e margini per le grandi società tecnologiche. Tuttavia, nelle ultime settimane diversi leader del settore, tra cui figure legate ad Anthropic, OpenAI e xAI, hanno parlato della necessità di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati per motivi di sicurezza.
Questo non significa che il tema AI sia finito. Al contrario, resta probabilmente uno dei trend strutturali più importanti del decennio. Ma se il mercato ha già prezzato uno scenario di crescita quasi perfetto, anche un semplice rallentamento degli investimenti o delle aspettative potrebbe bastare per innescare prese di profitto sui titoli più esposti.
Un crollo di Borsa è davvero in arrivo?
Nessuno può prevedere con certezza quando arriverà il prossimo crollo. Il punto non è provare a indovinare il giorno esatto in cui l’S&P 500 inizierà a scendere, ma capire se oggi il mercato presenta condizioni di maggiore fragilità.
E da questo punto di vista i segnali ci sono: valutazioni elevate, tassi in risalita, inflazione ancora resistente, petrolio sotto osservazione e concentrazione del mercato su pochi grandi titoli tecnologici.
La storia, però, offre una lezione molto importante. Secondo Capital Group, dal 1954 al 2025 l’S&P 500 ha registrato una correzione di almeno il 10% circa una volta ogni 18 mesi, mentre i bear market con ribassi superiori al 20% si sono verificati in media circa una volta ogni sei anni.
In altre parole, le fasi di ribasso non sono un’anomalia. Sono parte naturale del percorso di lungo periodo dei mercati azionari.
La vera differenza la fa il comportamento dell’investitore durante quei momenti.
Cosa fare se il mercato crolla
La reazione più istintiva durante un crollo è vendere. Il problema è che spesso le giornate migliori arrivano proprio vicino alle giornate peggiori, quando il panico è ancora altissimo e pochissimi investitori hanno il coraggio di rientrare.
Hartford Funds evidenzia che, negli ultimi 30 anni, perdere soltanto le 10 migliori giornate del mercato avrebbe dimezzato i rendimenti complessivi di un investitore rimasto fuori nei momenti sbagliati.
Questo è il motivo per cui cercare di anticipare perfettamente il mercato può diventare molto pericoloso. Uscire prima del crollo sembra facile solo a posteriori. Nella realtà, chi vende spesso si trova poi davanti a una seconda decisione ancora più difficile: quando rientrare?
La strategia più razionale, soprattutto per chi investe con un orizzonte di lungo periodo, non è inseguire ogni movimento di breve termine, ma prepararsi prima.
Significa controllare se il portafoglio è troppo concentrato su pochi titoli AI o tecnologici. Significa mantenere una quota di liquidità per poter sfruttare eventuali ribassi senza dover vendere in perdita. Significa privilegiare aziende solide, con utili reali, bilanci sostenibili e vantaggi competitivi difendibili.
E significa anche accettare che una correzione non è necessariamente una minaccia. Per chi ha tempo, disciplina e capitale da investire gradualmente, un ribasso può trasformarsi in una delle migliori occasioni per aumentare l’esposizione a prezzi più interessanti.
Quali conclusioni trarre?
Il mercato azionario può essere caro, fragile e vulnerabile a una correzione. Oggi molti segnali suggeriscono prudenza: l’S&P 500 non è a buon mercato, la Fed è tornata ad alzare i tassi, l’inflazione resta sopra il target e il boom dell’intelligenza artificiale sta entrando in una fase più complessa.
Ma prudenza non significa panico.
La storia dell’S&P 500 mostra che ribassi, correzioni e bear market sono sempre esistiti. Eppure, nel lungo periodo, il mercato azionario americano ha continuato a premiare gli investitori capaci di restare disciplinati. Fidelity ricorda che l’S&P 500 ha generato un rendimento medio annuo di circa il 10% dal lancio del 1957.
La vera domanda, quindi, non è se prima o poi arriverà un nuovo crollo. La risposta è sì: prima o poi arriverà, come è sempre accaduto.
La domanda più utile è un’altra: il tuo portafoglio è costruito per sopravvivere a quel crollo senza costringerti a vendere nel momento peggiore?
Perché la storia insegna che i mercati possono cadere in modo violento, ma insegna anche che chi mantiene lucidità, diversificazione e orizzonte temporale spesso trasforma la volatilità in opportunità.
Informazioni sull'autore: Alessio Moretti
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